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Idee di cinema. L'arte del film nel racconto di teorici e cineasti
Giovanni Maria Rossi

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La gioia della scena

Lettera agli allievi del suo Studio (Studio Mansurovskij).

Dicembre 1915

Miei cari,
se sapeste come siete ricchi.
Se sapeste che felicità possedete nella vita.
E se sapeste quanta ne sprecate. È sempre così: si apprezzano le cose solo quando le si perdono. Se sapeste com'è triste pensare che anche a voi toccherà di apprezzarle troppo tardi.
Ciò che le persone cercano di raggiungere per anni, ciò per cui si spendono vite intere, voi lo avete: voi avete il vostro angolo.
Voi siete giovani e per questo non contate i giorni. Li lasciate passare. Pensate a come riempite quell'ora in cui non siete insieme, pur essendovi accordati appunto per riunirvi con gioia, per sentirvi uniti da un'unica aspirazione, comune a tutti. Da un'unica aspirazione, realizzata. Pensate se ce ne sono molti. Se ce ne sono molti tanto ricchi e fortunati: tanto ricchi da essere uniti da un unico desiderio. Tanto fortunati poiché l'aspirazione a unirsi per uno scopo comune a tutti si è realizzata. Ce ne sono pochi così, e voi lo sapete. Lo vedete spesso. Voi siete giovani e non contate i giorni. Non sapete che la vita è spietata con chi si guarda indietro troppo tardi, con chi troppo tardi prova rimpianto. Non vedete il sorriso beffardo della vita rivolto a coloro che sprezzantemente non contano i giorni. Quanto di meraviglioso è riposto in ognuno di voi, quanto tempestosamente e intensamente si potrebbe vivere la vita se solo non fossimo così sprezzanti e incuranti. Sembrerebbe che ognuno di noi dovesse creare per sé ciò che è importante, caro, agognato e in nome di ciò che è importante, caro e agognato dovesse fare tutto il resto: dare lezioni, studiare a scuola e sopportare tutto ciò che la vita dà. Sembrerebbe che soltanto allora la vita terrena avesse senso, quando si sopporta il suo peso in nome di ciò che per noi è importante, che è caro e agognato. Sembrerebbe che solo allora avesse una giustificazione il peccare a cui la vita ci obbliga. Io pecco, mi comporto stupidamente, faccio del male, mi immischio in affarucoli disgustosi e ripugnanti, ma tutto ciò non è né importante, né caro, né agognato. Io non dedicherò a questi affarucoli e a pochi momenti di soddisfazione neppure un istante, se in quell'istante devo occuparmi di ciò che è per me importante. Così, sembrerebbe, dovrebbe parlare e agire ognuno di noi. Invece facciamo diventare secondario ciò che è importante e consideriamo importanti gli "affarucoli" - nel momento in cui dovremmo occuparci di ciò che è "importante" con leggerezza e sprezzo ci concediamo alle ordinarie, piccole, brevi soddisfazioni e inconsapevolmente le rendiamo importanti - siamo incuranti e niente affatto parsimoniosi. Pensiamo tutti che duri per sempre. Pensiamo tutti di fare in tempo. E questo perché siamo giovani e non sappiamo contare i giorni. E i giorni se ne vanno. Impercettibilmente, leggermente scivolano uno sull'altro. Ci sembra di essere gli stessi di ieri. E se ci guardiamo tutti i giorni allo specchio per vent'anni di seguito non vediamo il trascorrere della vita sul nostro viso, ci sembrerà che sia quello di sempre. La vita inganna abilmente, abilmente ci benda gli occhi e ci distoglie, mentre corre veloce e impercettibilmente segna i giorni, uno dopo l'altro, sulla breve linea della nostra esistenza. Non ci accorgiamo neppure di come la linea si interrompa e di quanto in fretta si giunga al punto in cui non vi sarà più nulla da segnare. Ti guardi indietro e ti spaventi per ciò che hai fatto tutti i giorni della tua vita. Che cosa è risultato essere importante, a che cosa ho dato le ore migliori delle mie giornate? Non ho fatto ciò che valeva la pena, ciò che volevo. Se si potesse tornare indietro come vivrei diversamente, come utilizzerei bene le ore della mia esistenza terrena. Voi avete la possibilità di non pronunciare queste parole. Tardive e amare. Voi siete ricchi. E siete così sprezzanti, incuranti e incauti come tutti i giovani.

E.V.


Dal diario.
30 ottobre 1918

L'attore non deve fare esercizi di plastica per imparare a danzare e neppure per acquisire una bella gestualità o una bella postura del corpo, bensì per comunicare al proprio corpo (per coltivare in sé) il senso della plasticità. Perché la plasticità non è soltanto nel movimento; esiste anche in un taglio di stoffa abbandonato senza cura, nella superficie gelata di un lago, in un gatto che dorme tranquillamente, in una ghirlanda intrecciata, in una statua di marmo immobile. La natura non conosce la non plasticità: il flusso delle onde, l'oscillare dei rami, la corsa di un cavallo anche sgraziato, il passaggio dal giorno alla notte, la brezza che soffia improvvisa, il volo degli uccelli, la calma delle montagne, il salto prorompente di una cascata, il passo pesante dell'elefante, la goffaggine dell'ippopotamo - tutto ciò è plastico; non vi è qui né disordine, né confusione, né spiacevole tensione, né apprendimento o aridità. In un gatto che sonnecchia tranquillamente non vi è né immobilità né morte, e invece, Dio mio, quanta immobilità c'è in un giovane che a rotta di collo si slancia premuroso a prendere un bicchiere d'acqua per la sua amata. È necessario che l'attore coltivi nel tempo e con consapevolezza dentro di sé l'abitudine a essere plastico: nel modo di portare un costume, nella forza data alle parole, nella capacità di trasformarsi fisicamente (attraverso l'aspetto esteriore) nelle sembianze del personaggio da rappresentare, nella capacità di distribuire l'energia ai muscoli, nella capacità di forgiare da se stesso qualunque cosa, nel gesto, nella voce, nella musica del linguaggio, nella logica dei sentimenti.


Lettera a Serafima Germanovna Birman che lavorò fin dal 1912 al Primo Studio del Teatro d'Arte.
8 agosto 1921

Cara Simocka,
il Vostro biglietto all'Habima mi ha commosso fino alle lacrime.
Letteralmente.
Io credo in Voi. Credo in Voi e Vi ringrazio. Voglio che vada tutto bene. Voglio che l'anno prossimo siano tutti amichevoli, sensibili e indulgenti riguardo ai difetti reciproci e oltremodo esigenti gli uni nei confronti degli altri sia nell'etica teatrale in generale sia là dove ci incontriamo, sulla scena e durante le prove. Ho sete, ho una sete assoluta di lavoro, voglio lavorare fino al limite della stanchezza più totale. Mi appaiono nuove prospettive teatrali. Sento che presto troverò una forma nuova per l'Amleto. Per me è importante, particolarmente importante che lo Studio abbia un atteggiamento riguardoso anche verso gli errori e le deviazioni, altrimenti non si otterrà nulla. Per ora abbiamo camminato lungo la strada battuta dal Teatro d'Arte, abbiamo camminato tranquillamente, agevolmente, senza avere affatto idea di quello che realmente significhi recitare e mettere in scena uno spettacolo. Da uno stesso tipo di pasta abbiamo fatto ora una ciambella, ora una pagnotta, ora una focaccia, ora un cornetto, ma il sapore era sempre lo stesso. Abbiamo camminato lungo questa strada e siamo giunti a uno splendido cimitero. Ora sappiamo che cosa dobbiamo fare. Senza disprezzare i vecchi, anzi stimandoli ancora di più, adesso dobbiamo fare il nostro lavoro. E lo faremo. Dobbiamo essere amici, lavorare in amicizia. Senza sentimentalismi e senza amor proprio. Donando ciò che è nostro a beneficio di ciò che è comune. E io sono disponibile ad aiutare tutti a stare nel nostro teatro, Lidja, Sonja, Maruca, Annocka, e Voi. Dobbiamo dare al vecchio repertorio una forma nuova, nuovi moderni principi di recitazione. E se la salute mi sosterrà io, insieme a tutti coloro che vorranno aiutarmi, vorrei rimettere in scena tutte le opere in veste nuova. Senza stravolgere le interpretazioni. RiposateVi. Vi aspetta un periodo difficile. Penso che dal prossimo anno sarete impegnata in un vero lavoro di regia. Porgete i miei omaggi a tutte le ragazze e ai ragazzi - vecchi e nuovi. Sono stato molto male. Un'infezione del sangue e un edema della laringe. Della malattia ho scritto in maniera più o meno dettagliata a Boris Michajlovic [Suskevic]. Ora sono scheletrico, debole e senza voce. Sono stato a letto otto giorni con la calura, senza mangiare né bere nulla. Vi abbraccio, mia cara. Vi ringrazio per il Vostro messaggio affettuoso e amichevole.
I miei omaggi.
Il Vostro Zenja

 

 
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