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La verità dello specchio

«www.drammaturgia.it»

La verità dello specchio. Cento giorni di teatro No con il maestro Umewaka Makio

di Paolo Albonetti

L'autore, laureatosi al DAMS di Bologna con una tesi sui teatri orientali, ha avuto l'occasione di essere ammesso come allievo presso il maestro di No Umewaka Makio. Il libro è il diario di quell'esperienza, limitata nel tempo ma intensa, in cui lo studioso è stato costretto a smettere i panni dell'osservatore separato che annota dall'esterno ciò a cui assiste per vestire quelli più umili (ma più proficui) dell'apprendista impegnato a svolgere le spesso essenziali mansioni di servizio assegnategli dal maestro e nello stesso tempo a apprendere e a sviluppare i principi e le tecniche che regolano tutti gli aspetti della semplice presenza sul palco (la rigida codificazione di questo teatro stabilisce infatti regole molto precise anche per gli stessi servi di scena) prima di quelli relativi alla mimica e all'uso della voce.
L'integrazione fra le nozioni acquisite dai pregressi studi accademici e la pratica consente all'autore di verificare come gli stessi trattati quattrocenteschi di Zeami, pur restando un testo di riferimento imprescindibile per lo studioso di teatro, non siano altrettanto importanti per gli attori, che agiscono all'interno di una tradizione certo conservativa ma che si è comunque evoluta attraverso la pratica e la trasmissione diretta da maestro a discepolo nel corso di sei secoli indipendentemente da questi testi (peraltro divulgati solo dopo il ritrovamento nel 1909).
Questo piccolo saggio è sicuramente da consigliare allo studioso di teatro che voglia comprendere i meccanismi strutturali che regolano la rappresentazione dei No giapponesi ed acquisire quindi una reale (sia pur limitata) competenza nel giudicare questo genere spettacolare, aldilà della generica erudizione storico-letteraria e dell'impressionismo entusiasta o perplesso nei riguardi dell'"Oriente misterioso". Ciò vale anche per l'altro testo pubblicato da questa casa editrice, Sculture che danzano di Carolina Guzman, dedicato alla danza tradizionale indiana.

«www.nipponico.com» 

La verità dello specchio
Cento giorni di teatro nou con il maestro Umewaka Makio

di Massimiliano Crippa 

Nella prefazione di Giovanni Azzaroni si spiega come il duraturo legame tra maestro e allievo che alle origini del nou univa Zeami a suo padre, arrivi immutato fino a noi, generazione dopo generazione, attraverso il racconto dell'iniziazione di Matteo Casari, l'autore di questo libro, grazie a Umewaka Makio, il suo maestro.
Il mondo del teatro nou viene descritto nel suo quotidiano, durante lunghe e faticose giornate di lavoro, spiato dall'interno con occhi spesso stupiti e affascinati (parliamo dell'autore, ma anche di noi lettori).
Non lasciatevi spaventare dal titolo e dall'argomento. Questo libro, frutto di una straordinaria esperienza d'arte e di vita, è una sorta di diario di viaggio di un giovane studioso italiano, allievo tra il marzo e il giugno del 2000 presso l'Umewaka Kennoukai di Tokyo, la compagnia teatrale diretta dal maestro Umewaka, ultimo discendente di una famiglia che appartiene a un ramo della famiglia Kanze, una delle cinque grandi famiglie di attori nou che discende direttamente da Zeami.
Il libro, approfondimento della tesi di laurea dell'autore, si muove su più livelli, con capitoli di vita quotidiana inframmezzati da approfondimenti tecnici sui vari aspetti di quest'arte, ma senza pretese esaustive e per questo può essere letto quasi senza fatica anche da chi non abbia mai avuto occasione di sentir parlare del nou. Essendo l'autore un io partecipante, le sue parole sono sicuramente un punto di vista più interessante e intrigante. Nemmeno il lettore esperto resterà deluso, grazie agli approfondimenti e al processo di ripensamento di una serie di nozioni date per assodate da molti occidentali.
Il mondo del teatro nou coinvolge e modifica tutta la vita di coloro che ne intraprendono la via. Troverete nel libro anche molte riflessioni su concetti fondamentali della cultura giapponese, spesso controversi per noi occidentali, a partire da ciò che ruota intorno al termine "kata" e quindi al predominio della forma sul contenuto (così almeno pensiamo noi in tono dispregiativo), nonché alla figura del sensei, il maestro, al concetto di gruppo, tradizione, vuoto, etc.
Il libro presenta un capitolo finale dedicato ai Trattati di Zeami, tra i risultati sicuramente più interessanti e per certi versi sorprendenti di questa ricerca sul campo, che chiude il cerchio iniziato nella prefazione. In queste ultime pagine emerge chiaramente la centralità della trasmissione orale e diretta dei saperi attorici rispetto a quella scritta, tipica dell'Occidente estraneo alla massima zen "imparare facendo", e rappresentata per antonomasia nel nou dai Trattati di Zeami. All'inizio del libro si era inziato parafrasando Gandhi nell'affermazione "tutto quello che esiste nel nou lo si ritrova nei Trattati, quello che Zeami non ha teorizzato non rientra nel mondo del nou". Alla fine del libro il lettore è investito da una doccia fredda per opera delle parole del maestro Umewaka, che forse nessuno studioso aveva ancora osato pronunciare:
Il tempo di Zeami è molto lontano e quindi i suoi Trattati non sono così importanti. Poi dipende da attore ad attore, io non li considero fondamentali. Il messaggio di Zeami è però ancora presente nel nou attuale. [...] Indubbiamente Zeami ha posto le basi del nou, ma ciò che di uguale ad allora c'é ancora oggi non lo insegnamo o non lo impariamo attraverso i suoi Trattati.
Secondo Azzaroni queste sono "parole rivoluzionarie che scardinano secoli di convinzioni storiche ed estetiche, ma al tempo stesso trasformano il nou in un'arte più viva, eliminano le ripetitività museologiche e fanno di ogni attore il maestro di se stesso, probabilmente come Zeami pensava dovesse essere". Non dobbiamo dimenticare che dal XVI secolo tutti i Trattati sono misteriosamente svaniti nel nulla per essere ritrovati dopo circa cinque secoli, nel 1909, quasi per caso, sepolti tra i polverosi libri della biblioteca della famiglia di un daimyou. Il nou non è scomparso con i Trattati. Nel capitolo finale si esplica meglio questo concetto, attraverso le parole dell'autore:
I Trattati sono un testo che chiunque dovrebbe leggere per le profonde intuizioni e la grande sapienza che vi si annidano, ma che dovrebbe altresì essere usato con molta attenzione quando lo si chiama in causa per sventolare il vessillo di una presunta purezza. Il nou delle scene attuali e quello di Zeami [...] sono entità analoghe ma distinte le cui caratteristiche indubbiamente riverberano una sull'altra, ma che non possono o non dovrebbero essere soggette allo stesso tipo di analisi.
Queste conclusioni, sembra suggerire l'autore, sono sempre state alla nostra portata, poiché Zeami stesso nel primo Trattato, il Fuushikaden, sulla tradizione a lui precedente affermava quanto segue:
Ora dunque ci viene detto che la pratica del Sarugaku-ennen, se ne cerchiamo le fonti, trae origine dalla patria del Buddha, o anche che ci è stata trasmessa da una tradizione che risale all'età degli dei; tuttavia, siccome quei tempi sono passati e dei secoli ce ne separano, non è più in nostro potere riprodurne lo stile.
Alla presentazione del libro presso il circolo Padma di Milano, accanto a Matteo Casari abbiamo avuto il piacere di vedere Monique Arnaud.
Arnaud inizia lo studio del teatro nou nei primi anni '80 con il Maestro Udaka della scuola Kongou di Kyoto. Nel 1991 è è stata la seconda donna occidentale a ricevere il titolo di shihan (maestro), che dà diritto a insegnare la tradizione della sua scuola. A ragione può essere considerata uno dei pochi occidentali ad avere recitato nou interi come protagonista sui palchi giapponesi. Oltre al canto e alla danza, ha studiato il tamburino di spalla e la scultura di maschere.
Secondo la Arnaud "il libro dà un'impressione di naturalità che manca nei libri sul nou degli studiosi". L'autore voleva dare "un'impressione a tutto tondo" e ci è riuscito. Vanessa Chizzini, della casa editrice Il Principe costante, rincara la dose affermando che il teatro giapponese è stato "colpevolmente trascurato", visto che "il teatro occidentale deve molto a quello orientale".
Durante la serata si è tenuta anche una dimostrazione di danza e canto da parte di Monique Arnaud e di alcune allieve. Quando si è sul palco non c'è tempo di pensare, dice la Arnaud. Inoltre, la maschera lascia quasi completamente ciechi, così che il senso dell'equilibrio è messo a dura prova. Il tetto e le colonne aiutano un po', dando dei punti di riferimento.
La maschera trasforma l'attore. E' la maschera e ciò che rappresenta, prima che l'attore, a venir salutata dal pubblico.
Nonostante lo sconforto iniziale dell'autore per essere stato ignorato per i primi dieci giorni del suo soggiorno, la Arnaud parla di fortuna, perché Casari è riuscito in un così breve periodo a penetrare molti dei segreti del nou; non dobbiamo dimenticarci, infatti, che "uno che non sa, anche se con buone intenzioni, è di fastidio e non può certo vedersi aprire tutte le porte".
Si è parlato poi di kata, di quanto i movimenti sembrino semplici, perché in effetti i kata sono "vuoti di senso", dice la Arnaud. D'altronde la tecnica è il presupposto essenziale per arrivare all'eccellenza artistica. La teoria non esiste. Raramente si fornisce un'interpretazione; ognuno è libero di interpretare, al massimo il maestro dà degli "spunti".
Infine ci si è soffermati sulla compresenza di natura e sacro. Il palco è come un'isola, dice la Arnaud, e infatti c'era a volte l'acqua, al posto della ghiaia, intorno ad esso. E' anche uno spazio sacro però e, in quanto tale, va calpestato con rispetto.
Il pino, sempre presente, ci ricorda come gli alberi siano sempre una forma di rappresentazione dell'energia vitale. Il nou stesso nasce all'aperto; anche Zeami si esibiva sulla riva del fiume, su delle stuoie.
Di riflessione in riflessione, la serata si è conclusa con una grande pace interiore.

 

«Eventi di carta» (maggio 2002)

di Paolo Puppa

Per i tipi de Il principe costante, coraggioso editore sito nella produttiva provincia udinese, è stata varata di recente una collana di studi dedicati, per ora, all'Oriente. Giovane la collana e giovani gli autori, laureati al Dams, facoltà dello spettacolo dove insegna tra l'altro Giovanni Azzaroni, da sempre appassionato cultore di tali territori, e, grazie alla presenza di maestri quali De Marinis e Savarese, facoltà altresì orientata a sinergie e contiguità con un maestro della scena contemporanea, come Eugenio Barba che ha metabolizzato tecniche e visioni dischiuse dall'Est.  Un fascino esotico emana così dal testo di Carolina Guzman, in Sculture che danzano. Società, teatro, arte nell'India antica, entro un clima che pare evocare scenari forsteriani degni di A passage to India, con una serrata indagine sul patrimonio scultoreo religioso a Cidambaram, in cui i complessi movimenti della danza sacra vanno a tradursi nella fissità allucinatoria della pietra. Lo stesso avviene nel volume di Matteo Casari, La verità dello specchio. Cento giorni di teatro No con il maestro Umewaka Makio, con una qualità diversa, perché si tratta  di una sorta di diario di tre messi trascorsi alla corte di un maestro di trasmissione di un sapere  antico, di una tradizione attorale austera e invasiva.  

 

 
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