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Il dramaturg

«www.teatridivita.it», Lo scaffale, n. 42 - giugno 2005

Dramaturg: chi è costui?

di Stefano Casi

Escono gli atti di un convegno dedicato a una figura della produzione e organizzazione teatrale che... non esiste. Alla ricerca di una definizione e di un mito.
E' stato quello che si potrebbe definire un convegno appassionante. Non sono stato al convegno, ma la lettura degli atti sembra un vero e proprio giallo, che tiene incollati fino a una fine che però non svela la soluzione. Tutte le parole sono rivolte al protagonista del convegno, il dramaturg, ma nessuno sa chi sia con assoluta certezza. Qualcuno dice di esserlo (e lo è davvero) ma - colpo di scena! - fa cose diverse da qualcun altro che a sua volta dice di esserlo. Ognuno se ne è fatta un'idea che non coincide con altre, ma tutti sono convinti dell'importanza del dramaturg. Alla fine il lettore si rende conto di saperne molto di più, di avere quasi afferrato la questione, ma di non avere ancora capito davvero cosa sia un dramaturg. Un bel libro, e lo dico con convinzione: un libro che parla di qualcosa che non c'è, e se c'è non si sa cos'è, trascinando tutti nell'interrogativo senza soluzione. Quasi un dialogo platonico, un simposio dove ciascuno si azzarda a dare la propria visione di una cosa, dando l'impressione di avvicinarsi sempre più e contemporaneamente dando la sensazione di essere ancora lontani.
Sto parlando degli atti del convegno Il dramaturg, a cura di Teatro Aperto (ed. Il Principe Costante; pagg. 144; euro 10; info: www.principecostante.it). Il convegno partiva dagli stimoli del gruppo milanese guidato da Renzo Martinelli, abituato a lavorare con una propria figura interna di dramaturg nell'elaborazione degli spettacoli. Ecco, allora, il coinvolgimento di studiosi, drammaturghi, attori, registi, e - appunto - dramaturg (Renata Molinari, Massimo Navone, Oliviero Ponte di Pino, Claudio Meldolesi, Ferdinando Bruni, Giuseppe di Leva, Tiziano Fratus, Renato Gabrielli, Jens Hillje, Andrea Malpeli, Marco Martinelli, Enzo Moscato, Antonio Tarantino, Roberto Traverso, Andrea Balzola, Antonio Calbi, Concetta D'Angeli, Roberto Menin e Mario Raimondo), nel definire questa figura. Sì perché il problema è che questa figura è riconosciuta e riconoscibile esclusivamente in area tedesca, tant'è vero che la parola stessa che la identifica è in tedesco ed è intraducibile. E se si tenta di individuarne un significato comprensibile nella cultura di un altro paese, come l'Italia, ecco sorgere equivoci e confusioni (esemplare l'intervento di un albergatore tra il pubblico che, alla fine dei tre giorni di convegno nei quali si è detto che il dramaturg è quello che costruisce un pubblico, sostiene di essere anche lui un dramaturg). Ma allora perché affannarsi alla rincorsa di una figura che non appartiene alla nostra cultura teatrale ma solo a quella tedesca?
Il motivo c'è e non è l'esterofilia (che pure ha un certo peso nel portare gli italiani a vedere l'erba del vicino costantemente più verde). Il fatto è che se la figura del dramaturg non è riconosciuta (né - secondo il mio parere - riconoscibile), lo sono invece tutte le sue tante e variegate funzioni. Sembra che l'inventiva italiana, la fantasia, il sapersi arrangiare, il sapersi reinventare, guardino con invidia verso la foga classificatoria tedesca che non solo ha definito e istituzionalizzato una pratica che in nessun altro paese nessuno ha mai pensato di istituzionalizzare, ma lo ha burocratizzato in maniera per noi surreale. Veniamo così a sapere che in Germania esiste non "il" dramaturg, ma: lo Spielplandramaturg, il Chefdramaturg, l'Autorendramaturg, l'Offentlichkeitsdramaturg e il Produktionsdramaturg, ciascuno con i suoi compiti burocratici e ciascuno con la sua scrivania. A tal punto la figura del dramaturg è istituzionale e ambigua, che in Germania esistono perfino illuminanti barzellette sul suo conto (e nel libro ne è riportata una che ha come morale il fatto che il dramaturg fa analisi precise ma inutili).
Negli interventi al convegno sembra di avvertire ogni tanto la nostalgia per una figura come questa in una cornice come quella tedesca. Ma l'Italia non è la Germania, nel bene e nel male, e sarebbe assurdo innestare da noi una figura teatrale che nasce in tutt'altro contesto culturale, sociale, politico ed economico. Eppure talvolta sembra serpeggiare il desiderio che anche in Italia ogni teatro si doti del suo dramaturg.
E tuttavia il dibattito sul dramaturg è estremamente utile e interessante perché porta alla luce quell'area grigia della pratica teatrale italiana che, pur senza nome, rappresenta un importante tessuto connettivo sia della pratica produttiva che di quella organizzativa. Ed è un'area complessa e articolata, anche per questo irriducibile agli schemi burocratici tedeschi, che va dalla consulenza alla collaborazione (alla regia o alla direzione artistica), dalla drammaturgia in senso stretto alla comunicazione e ufficio stampa, dalla rappresentanza all'archiviazione, e così via. Il tutto in continuo equilibrio tra posizione subordinata e posizione 'forte' e autorevole, e tra autonomia da free lance e dipendenza da un'istituzione.
E' perciò un bene affrontare la questione del dramaturg come figura assente dal teatro italiano, purché non si cerchi di forzare la situazione sulla base di una peraltro discutibile analisi su come in Germania tutto funzioni meglio. E invece ben vengano gli appunti di tutti i relatori nella sottolineatura di una serie di funzioni poco riconosciute nel teatro italiano. Il teatro è affare di squadra e non serve ridurlo a rapporti dialettici tra soli due o tre elementi (regista, autore, attore). E nella squadra stanno anche figure che, anche se non sono istituzionalizzate con il nome esotico di dramaturg, rappresentano quell' "area grigia" che è il vero tessuto connettivo dell'opera, sia essa uno spettacolo o una stagione. Un'area grigia di figure intellettuali creative che funzionano da sponda di riferimento per una serie di questioni artistiche ma anche organizzative e operative, che prendono sempre più piede nel sistema teatrale italiano. Se poi le vorremo chiamare dramaturg, si potrà anche fare. Purché non si passi dall'esotismo alla burocratizzazione, e senza neanche il sistema complessivo tedesco, rischiando l'innesto all'italica maniera: ma ve l'immaginate l' "obbligo di dramaturg" fra i requisiti elencati nelle circolari ministeriali?



«www.drammaturgia.it», settembre 2005

Il dramaturg

di Massimo Bertoldi

L’idea di sottoporre ad analisi e discussione la figura e il ruolo del dramaturg è maturata nell’ambito delle attività di Teatro Aperto, che intende avviare "un’indagine pluriennale intorno al rapporto fra testo e scena". Non si tratta di un capriccio intellettuale viziato da manie esterofile, ma di una reale necessità scaturita dal lavoro quotidiano della formazione milanese fondata da Renzo Martinelli e Federica Fracassi, che si è concretizzata nella prima edizione del convegno-seminario Walkie-Talkie nel novembre 2003 presso la Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi, con la partecipazione di studiosi e scrittori di teatro, attori, registi e dramaturg. Gli atti sono ora raccolti nel volume Il dramaturg, a cura di Teatro Aperto e pubblicato da Il principe costante Edizioni.
Chi è il dramaturg è il tema affrontato dagli interventi coordinati da Renata Molinari. Nell’introduzione ai lavori pone le basi alla discussione fissando la distinzione tra la funzione del dramaturg nella "produzione dell’opera-spettacolo" ossia all’interno del processo creativo che segna il passaggio dal testo alla scena, e nella "produzione-teatro" che significa definizione di un ruolo specifico ed istituzionale nei meccanismi del sistema teatrale. Dalle tante esperienze vissute e raccontate dalla Molinari emergono considerazioni e valutazioni culturali sull’importanza che il dramaturg potrebbe essere per la promozione culturale del teatro italiano.
Cosa sia concretamente e quali le sue competenze, lo illustra in modo esaustivo Jens Hillje, dramaturg della Schaubühne di Berlino. Il discorso si complica perché racconta che in Germania il ruolo si è frazionati al punto tale da generare più confusione che chiarezza: c’è il dramaturg di programmazione (Spielplandramaturg), il dramaturg capo (Chefdramaturg), il dramaturg addetto ai rapporti con gli autori (Autorendramaturg), con il pubblico e con i giornalisti (Offentlichkeitsdramaturg). Tale razionalizzazione nella divisione delle funzioni rispecchia il sistema organizzativo tedesco e risulta funzionale con gli obiettivi pedagogici e divulgativi finalizzati alla promozione degli autori contemporanei. In questo orientamento il dramaturg svolge il compito fondamentale di lettore e selezionatore di proposte. Una simile realtà è generalmente assente nel panorama italiano.
Il ruolo clandestino del dramaturg è il tema con il quale si confronta Renato Gabrielli, attivo nel ruolo presso il Teatro Stabile di Brescia dal 1977 al 2001. "Fare il dramaturg - sostiene nell’intervento - comporta svolgere una serie di funzioni che esistono nei teatri italiani ma che sono distribuite tra le altre figure professionali", riferendosi, tra l’altro, alla lettura di copioni, alla consulenza culturale, alla cura del programma di sala e all’addetto stampa. Una simile esperienza è raccontata anche da Roberto Traverso, attivo da vent’anni nel teatro Out Off di Milano, alla quale segue la riflessione di Roberto Menin, traduttore e docente, sulla differenza tra realtà italiana e tedesca. La seconda si presenta caratterizzata da un’accesa concorrenza artistica e politica tra i vari teatri, che legittima la presenza del dramaturg come figura di collegamento tra autori e istituzione, pubblico e mass media.
In Italia, secondo la valutazione critica di Mario Raimondi, autore e critico teatrale, "l’esigenza del dramaturg esisteva ed esiste […] ma non riesce a concretizzarsi" come figura istituzionale se non dove "c’è una situazione condivisa di gruppo", come si verifica nei piccoli teatri dove è attiva una dinamica di comunità. Chiarificatore è anche il contributo di Claudio Meldolesi che in un certo senso supera la visione di clandestinità ricordando le decisive collaborazioni con la regia di dramaturg d’occasione come Gustavo Modena e Arrigo Boito, Ludovico Zorzi con Franco De Bosio, Gerardo Guerrieri con Luchino Visconti, Edoardo Sanguineti con Luca Ronconi. Rispetto alla Germania mancherebbe solamente continuità nella prassi.
Oliviero Ponte di Pino, giornalista e saggista, coordina la discussione di Chi fa il dramaturg in Italia, alla quale partecipano grandi artisti italiani che parlano del loro rapporto con il testo a partire dalla loro esperienza creativa di teatranti. Con il linguaggio colorato e vivace che lo caratterizza, Enzo Moscato parla del dramaturg come di una "figura estranea" nel suo lavoro ispirato all’universo napoletano e aggiunge un’osservazione fondamentale. Il dramaturg, inteso come "figura funzionale alla produzione e alla distribuzione dei testi", può funzionare in un contesto di "teatro industriale borghese" come quello del Nord Italia. Al Sud, avverte amaramente, "viviamo in un Medioevo" assai lontano dal mondo tedesco. Anche un autore settentrionale come Antonio Tarantino dichiara di ignorare il dramaturg, di conoscere assai poco le caratteristiche, pur riconoscendo alla luce dei discorsi sentiti durante il convegno l’importanza come mediazione tra la scrittura e le esigenze della messinscena.
Il confronto tra teatranti con competenze di autori registi e attori continua con un argomento complesso come Il dramaturg tra testo e scena. Marco Martinelli del Teatro delle Albe di Ravenna parla di "scrittura dei corpi", di "drammaturgia della carne" in una prospettiva di lavoro caratterizzata dalla concertazione con gli attori nella costruzione dello spettacolo, che perciò non stabilisce un confine preciso tra il lavoro del regista e la posizione del dramaturg. Le parole di Andrea Balzola, drammaturgo sceneggiatore e saggista, sollevano una questione piuttosto complessa circa la clandestinità del dramaturg italiano, che tale rimane per paure e timori dei registi che mal sopportano interferenze che sminuiscano la paternità artistica della messinscena, preferendo orientarsi verso repertori di autori morti piuttosto che di scrittori viventi. Quanto la presenza creativa del dramaturg sia indispensabile nel teatro contemporaneo, Balzola lo dimostra chiamando in causa l’uso scenico sempre più diffuso delle nuove tecnologie nei campi del sonoro e del video.
Il dramaturg "non è una figura istituzionale quanto piuttosto una figura pragmatica nata con la pratica del lavoro", sostiene Ferdinando Bruni, attore e regista, anche traduttore di testi teatrali e poetici. La sua esperienza di dramaturg di Teatridithalia si consuma essenzialmente nella scelta dei testi italiani e stranieri, e nella partecipazione nel ruolo di coregista nelle fasi dell’allestimento. Quando il dramaturg si addentra nel territorio della scrittura creativa raccoglie elementi narrativi e suggestioni da vari contesti sociali, dalla città, da situazioni difficili, da voci ed emozioni di persone comuni, come espone Andrea Malpeli.
Nell’esperienza italiana, il dramaturg è un personaggio ora assente ora presente, si manifesta in modi liberamente adattabili a situazioni culturali non omologabili ad un unico sistema, frutto di positiva fantasia, in un rapporto di conflitto o di armonia con il regista. Significativo, in merito, è che Jens Hillje si prodighi nell’elargire preziosi consigli, tra i quali tre meritano attenzione: "imparare a leggere un testo con precisione ed essere capaci di parlarne", "conquistare i mezzi di produzione" e "reinventare e conquistare un pubblico per il teatro". Questi suggerimenti costituiscono una sorta di introduzione all’ultima parte del convegno dedicata a La formazione del dramaturg, affidata alla cura del regista e docente Massimo Navone il quale ribadisce l’indefinibilità burocratica del dramaturg ma la sua identità culturale attraverso le sue funzioni. Giuseppe Di Leva ripercorre la storia del corso di drammaturgia fondato nel 1982 presso la Scuola Paolo Grassi. Tra gli allievi figura Roberto Traverso, presente tra i relatori, il quale parla dell’esperienza formativa vissuta nella scuola milanese e sottolinea l’insegnamento principale ricevuto, "considerare la scrittura come una pratica di condivisione con altri autori, con il pubblico, con l’istituzione teatro".
La lettura di questi atti è appassionante e coinvolgente come un romanzo giallo di qualità. Tuttavia, fino all’ultima pagina l’enigma non si risolve in quanto nessuno sa con certezza chi sia veramente il dramaturg. Il suo volto rimane diviso tra l’ombra delle incertezze e la luce delle conoscenze acquisite per merito degli interventi dei presenti al convegno, ai quali si aggiungono ai nomi citati, Tiziano Fratus, Antonio Calbi, Concetta D’Angeli.

 
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