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La vocazione teatrale. Un laboratorio a Mittelfest

di Massimo Bertoldi 

La vocazione teatrale, oggi, consiste "nell'entrare con piena consapevolezza nella dimensione spazio-temporale del teatro per esiliarsi dal mercato del virtuale e della virtualità del mercato e celebrare l'essere umano che viene prima del denaro e dopo il denaro, anche se con il denaro intrattiene relazioni di concretezza". Sono parole di Moni Ovadia poste in apertura a La vocazione teatrale di Renata Molinari che bene introducono il contenuto del libro e i suoi obiettivi pedagogici.

Si tratta di una minuziosa ricostruzione dello svolgimento di un laboratorio svolto nel luglio del 2005 a Cividale del Friuli nell'ambito di Mittelfest, di cui Ovadia è direttore artistico, al quale hanno partecipato allievi della Civica scuola d'arte drammatica Paolo Grassi di Milano, dell'Accademia d'arte drammatica Nico Pepe di Udine, dell'Accademia d'arte del Dipartimento di teatro Juri Strossmayer di Osijek (Croazia) e dello Studio per la ricerca sull'arte dell'attore di Lubiana (Slovenia). Il punto di partenza è dato dai diari quotidiani scritti da due allieve, arricchiti da interventi a posteriori della Molinari.

La scrittura scorre fluida, chiara e organica, riflette il senso di un'attività creativa costruita sullo scambio di emozioni e di tradizioni culturali diverse, che si incontrano in un delicato gioco di gesti e parole. Il progetto del laboratorio si articola in brevi performance, improvvisazioni, esperimenti intorno al tema della vocazione teatrale. Gli allievi si confrontano con testi scelti oppure liberamente scritti. Il principio dell'esplorazione di sé in rapporto al teatro diventa conquista di una visione che si personalizza in un'idea maturata nell'esperienza. "Farsi custodi, e non protagonisti del lavoro", sottolinea a più riprese la Molinari.

L'azione del camminare, inteso come atto di "prima, elementare qualità di presenza e movimento", porta all'abbandono e al superamento della retorica e della gestualità convenzionale secondo le prescrizioni di Peter Brook e Jerzy Grotowski, le fonti spirituali e metodologiche  del percorso laboratoriale. In questo modo gli attori camminano per le strade del paese, si  muovono in spazi chiusi, a coppie, inventano storie, narrano ricordi di personaggi, raccontano il vissuto di quanto hanno visto, sentito e percepito. Diventano attori per gradi, tramite movimenti quotidiani, e si definiscono come tali attraverso la scoperta o la riscoperta della sostanza culturale ed emozionale a sostegno della personale vocazione teatrale.

L'esplorazione dei segreti del teatro coincide, in definitiva, con il movimento che sprigiona la passione dell'attore e si trasferisce nella parola scritta di questa interessante Vocazione teatrale, un libro in cui i sistemi teorici della pedagogia e della didattica convivono in un laboratorio di esperienze concrete, in un veicolato di giochi con il corpo e con la parola. Il testo, oltre al suo contenuto simile ad un elegante romanzo di formazione, ha il pregio di consegnare alla memoria della scrittura un patrimonio di esperienze umane e didattiche, e di seguire passo passo l'assimilazione e la rielaborazione degli insegnamenti. Grazie alla passione e alle indubbie competenze della curatrice e promotrice del progetto del laboratorio e successivamente del libro, si è concretizzato un itinerario culturale non molto praticato dall'editoria italiana, eppure importante testimone di una dimensione vitale del fare e del conoscere il teatro.

 
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