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«Hystrio», n. 3, luglio-ottobre 2008

Quando di scena è la poesia


di Renato Gabrielli

Dopo Il dramaturg e Il teatro nascosto nel romanzo, ecco l’ultima raccolta di atti dei convegni «Walkie-Talkie», ideati dal milanese Teatro i e dedicati al rapporto tra scrittura e azione scenica. Tra il 2003 e il 2005, dramaturg, drammaturghi, poeti, registi, attori e studiosi si sono confrontati in giornate di lavoro improntate a un intreccio mai generico tra riflessioni teoriche e testimonianze di pratica teatrale. La lucidità d’impostazione delle questioni poste ai relatori e l’eccellente cura editoriale salvano questi atti dal congenito rischio di discontinuità qualitativa, facendone dei veri e propri saggi a più voci. La materia di questo volume è per sua natura più ampia e sfuggente rispetto a quella dei due precedenti, tanto da far azzardare nel titolo l’idea di una sostanziale, intima coincidenza tra poesia e teatro. La giusta scelta di non stringere l’obiettivo su un «teatro di poesia» d’assai problematica definizione porta all’accostamento, quasi in contrappunto, di esperienze molto eterogenee. Unico filo conduttore sembra essere la centralità del corpo dell’attore; la difesa di un legame profondo, primigenio e multiforme tra l’agire in scena e il fare poetico, contro lo strapotere della rappresentazione e della narrazione. Ci fanno da «bussole» in questa affascinante navigazione da Scabia a Sanguineti, da Loi al Teatro delle Albe, da Carmelo Bene a Lombardi e Tiezzi i curatori delle quattro sezioni degli atti: Claudio Meldolesi (Il luogo dell’origine), Renata M. Molinari (Il dialetto, parola incarnata), Aldo Nove (La phoné) e Sara Chiappori (Le riscritture).


«www.teatridivita.it», Lo scaffale, n. 79 - luglio 2008

Quando la poesia incontra il teatro

Molte voci attorno a un tema antico, come sono antichi i due termini del rapporto: la poesia e il teatro. In un volume gli atti di un convegno dedicato alla drammaturgia in versi

di Stefano Casi

Sono due tra le più antiche attività dello spirito umano, eppure talvolta sembrano due estranei costretti alla convivenza. Dire "poesia e teatro" è come dire un'endiadi oppure un'opposizione, una constatazione o un'utopia. Per carità, nessuno è così sprovveduto da non sapere che la drammaturgia nei secoli si è sviluppata massicciamente in versi: il problema non sembra essere storico, ma di riflessione attuale. Il fatto è che i versi in teatro sembrano risuonare spesso in maniera "antiteatrale", come se - appunto - i due corni della questione fossero comunque entità profondamente diverse. La divaricazione di una comunione assoluta, che ha accomunato da Eschilo a Shakespeare (tanto per dirne solo due), è avvenuta quando l'illusione naturalistica ha spezzato l'idea del teatro come spazio del rapimento dei sensi e del sogno, e in quel momento la poesia, vertiginosamente sospesa sull'indicibile, ha abbandonato il teatro, piegato dalla necessità di "comunicare", o meglio di "farsi capire" (tragico errore di banalizzazione). Non che in seguito la poesia e il teatro non abbiano tentato di riabbracciarsi come le due parti monche dell'ermafrodito platonico, ma difficilmente si è ricreato il miracolo: il poeta arrivava con la centralità della parola e la diffidenza per la scena, mentre il teatro percepiva con costrizione la parola e il verso e tentava di liquefarlo nell'azione o nella dizione sciatta.
Con un titolo semplice ma potente, il libro Poesia è teatro, a cura di Teatro i (Il principe costante; pp. 196; euro 14; Ordina il libro su IBS Italia), riporta la questione all'identità originaria per poter partire da qui alla ricerca delle esperienze attuali in cui teatro e poesia si sposano. Il volume raccoglie gli atti di un convegno che ha visto alternarsi poeti e teatranti, con il comune obiettivo di indagare "la parola poetica in scena". Dopo una prefazione di Tiziano Fratus che inquadra sia concettualmente che storicamente la questione di questo rapporto nell'Italia degli ultimi decenni (inevitabili i riferimenti alla grande drammaturgia acclarata, da Pasolini a Scabia a Testori, così come alle ricerche poetico-drammaturgiche più recenti con figure come Mariangela Gualtieri), il libro si struttura in quattro parti, che definiscono il quadro di riferimento dell'analisi: storia (con la pubblicazione, tra l'altro, del dattiloscritto di Postkarten di Edoardo Sanguineti), dialetto (tra gli intervenuti anche Franco Loi e Nevio Spadoni), phonè (inevitabile il confronto con Carmelo Bene) e riscritture (dedicato ad alcune esperienze).
Alla fine, l'impressione è che il titolo - così preciso - contenga solo mezza verità e renda urgente la verifica di un'altra identità: "teatro è poesia". E' forse nel riconoscimento reciproco di questa identità che si può tornare alla comunione originaria, peraltro così bene messa in atto da molte delle esperienze citate nel libro, che rendono questo tema non un mero esercizio accademico ma la constatazione di una forma presente e viva del teatro contemporaneo.

 
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