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L'incanto del mondo. Il cinema di Miyazaki Hayao

«il manifesto», venerdì 16 settembre 2005

GOOD NIGHT AND GOOD LUCK / SEVEN SWORDS / IL CASTELLO DI HOWL

Kung fu nell'incantato castello maccartista

La Cina di Tsui Hark, l'America di Clooney e l'Italia di Sabina Guzzanti nelle sale dopo gli applausi di Venezia. Sugli schermi di fine estate, magie cartoon di Miyazaki, folli maggiolini , supereroi da fumetto e le donne ferite di Garcia e Faenza

di Roberto Silvestri

[...]
Il libro di Anna Antonini, L'incanto del mondo, sul cinema di Miyazaki Hayao, nuova edizione aggiornata, 14 euro, è un ottimo compagno di visione per Il castello di Howl, il terzo film (cartoon, tre anni di lavoro su guerra, amore, rapporto giovani/anziani e debolezza/eroismo) imperdibile nelle sale italiane. Miyazaki, come Clooney, come Tsui Hark, esce ed entra in spazi e tempi disomogenei, sfalda le nostre certezze su ciò che è bello e brutto, buono e cattivo, anche se si ispira a un romanzo occidentale di Diana Wynne Jones, a cavallo tra 800 e 900 e preferisce tra tutti il personaggio di Calcifer, lo spirito «potenzialmente maligno» e libertario, catturato da Howl, attraverso l'eroina, la diciottenne (e non solo) Sophie. Le streghe, i maghi, gli spaventapasseri, le uscite del castello di Howl che distruggono ogni prospettiva pittorica e mentale, dello spettatore, ci getteranno in un burrone immaginario incantato. Coraggio.


«www.librialice.it», 16 settembre 2005

L’incanto del mondo. Il cinema di Miyazaki Hayao

di Giulia Mozzato

“Sebbene sia spesso critico verso la letteratura giapponese per ragazzi, si dichiari ammiratore di autori occidentali per l’infanzia e abbia molto in comune con Carroll e Saint-Exupéry, Miyazaki non può prescindere da ciò che è peculiare della sua cultura d’origine. Il risultato è una mediazione tra culture in cui l’armonia finale è data dal fondersi di diverse concezioni del mondo e del narrare. La scelta di tali elementi sembra seguire le modalità del pensiero giapponese: ciò che funziona, è suggestivo ed è concretamente utile all’economia del racconto viene conservato e assorbito. E poco importa se arriva da Oriente o da Occidente.”
Sono tanti i professionisti dell’animazione che in questi anni hanno percorso nuove strade sia da un punto di vista prettamente tecnico che per ciò che riguarda l’ideazione e la realizzazione di storie originali.
Come tutti sanno in questa direzione sono andati molti autori giapponesi, alcuni dei quali totalmente sconosciuti in Italia dove persiste un certo pregiudizio sulla qualità delle loro opere. Non è il caso di Miyazaki Hayao, ormai osannato dalla critica (la giuria del Festival del Cinema di Venezia quest’anno gli ha attribuito il Leone d’oro alla carriera ed è solo l’ultimo di una serie importante di riconoscimenti europei) e amatissimo dal pubblico. La città incantata, ad esempio, Orso d’oro nel 2002 a Berlino, è uno di quei film che difficilmente trovano detrattori.
Così come pare sia destinato a ricevere solo elogi l’ultimo lungometraggio proprio in questi giorni nelle nostre sale, Il Castello Errante di Howl.
Alla luce di tutto ciò ha sicuramente un senso cercare di conoscere meglio la sua storia professionale, ripercorrendone le tappe che vanno dai serial televisivi destinati al grande pubblico, ma non per questo meno curati nella loro realizzazione, come Heidi (chi non la ricorda?), Anna dai capelli rossi, Lupin III, Il fiuto di Sherlock Holmes, per citarne alcuni conosciuti anche dal pubblico italiano.
Anna Antonini innanzitutto affronta e smonta nell’Introduzione alcuni pregiudizi radicati sull’opera dei disegnatori giapponesi: dal motivo per il quale realizzano occhi grandi e rotondi a quello per cui hanno spesso scelto storie tradizionali europee anziché narrazioni nipponiche. E ci ricorda che la prima serie televisiva prodotta al di fuori degli Stati Uniti ad arrivare in Italia nel 1975, Vicky il vichingo, era già una coproduzione della tedesca Munchen Merchandising e della Toei Doga, colosso dell’animazione giapponese dove a lungo ha lavorato Miyazaki: ma quanti lo sapevano?
Nel 1985 Miyazaki e l’amico e collega Takahata fondano lo Studio Ghibli, che ancor oggi gestisce tutte le fasi di produzione e postproduzione delle sue opere, “battezzandolo sì con il nome del vento, ma soprattutto con il nome di un aereo da guerra italiano di cui Miyazaki ama particolarmente il design”. Divertente e illuminante la citazione dello stesso autore che offre una chiave di lettura di due suoi capolavori, Kiki’s Delivery Service (1989) e La città incantata, paragonando molti momenti delle due storie con “un esordio nel mondo dell’animazione” e le successive difficoltà di lavoro e di rapporti. “La strega Yubaba è il signor Suzuki, il presidente dello studio Ghibli. Il funzionamento e l’organizzazione del bagno termale sono in effetti molto simili a quelli della nostra società. Chihiro potrebbe essere considerata una giovane disegnatrice appena arrivata”. L’avreste mai immaginata una simile metafora? Tutto il saggio del resto è costellato di curiosità e scoperte, affiancate a un’analisi approfondita dei singoli aspetti dell’intera opera del disegnatore: dalle origini alle fonti d’ispirazione, dalle tecniche più raffinate alle difficoltà pratiche, dalla scelta dei personaggi (predilette le protagoniste femminili) alle ambientazioni. E in appendice dettagliate schede filmografiche dei suoi lavori più importanti e una filmografia completa.

 

«www.komix.it», 9 settembre 2004

L'incanto del mondo

di Max Clemente

Con colpevole ritardo vi presentiamo un interessante saggio sul cinema di Miyazaki Hayao (secondo l'uso giapponese, i cognomi precedono i nomi, n.d.a.), realizzato da Anna Antonini per i tipi de "il principe costante Edizioni", una casa editrice di Pozzuolo del Friuli (UD) specializzata in testi sul teatro e sul cinema.
L'incanto del mondo. Il cinema di Miyazaki Hayao (pp. 160, euro 12,50) tenta una analisi dettagliata della produzione animata di uno dei riconosciuti maestri internazionali dell'arte del segno, co-fondatore del prestigioso Studio Ghibli e autore di fortunate opere a fumetti.
Attraverso un percorso che privilegia una decifrazione simbolica dell'immaginario che emerge dal corpus dell'opera di Miyazaki, Anna Antonini ci accompagna in un mondo «fatto di fantasia e colori, di lavoro appassionato e rigoroso, di radici culturali e antiche tradizioni, di commistioni fra Oriente e Occidente, di idee sulla società e la politica». Quindi, accanto a preziose informazioni sulla storia privata e professionale dell'autore di La città incantata, il libro propone un approccio ricco di riferimenti alla società giapponese, alla storia del cinema e della letteratura, nella consapevolezza che solo una visione complessiva e priva di pregiudizi possa dare il giusto risalto alla contaminazione stilistica propria del suo stile autoriale.
I capitoli centrali sono caratterizzati dall'analisi semiotica delle opere di Miyazaki partendo dalla definizione di due gruppi simbolici. Il primo - "l'epoca delle donne" - evidenzia le figure femminili attraverso i modelli delle bambine, ragazze, donne e mamme, nonne, balie e sciamane, caratteri che hanno fortemente connotato tutti i suoi lavori e hanno fatto giustamente parlare, a proposito del suo cinema, di una onna no jidai (l'epopea delle donne, appunto). Il secondo grande gruppo è quello riservato alle "figure maschili" dei veri nemici, dei falsi avversari, dei compagni d'avventura, dei padri e mentori, e delle molte incarnazioni di un solo nonno.
Da queste riflessioni emerge come Miyazaki abbia cercato di «uscire dagli stereotipi e di dare spazio alle soluzioni meno immediate, inserendo in un contesto realistico storie che possono non essere riconosciute dall'esperienza quotidiana della maggior parte degli spettatori (...) ma che pure potrebbero esistere».
Di notevole interesse la parte dedicata alle creature di altri mondi, siano essi animali più o meno magici (Oshirasama di La città incantata o Jiji di Kiki's delivery service), esseri meccanici dotati di sensibilità (i robot di Laputa) e di vita biologica (il Soldato Invincibile di Nausicaä). Questi comprimari «non sono "spalle" nel senso disneyano del termine: il loro ruolo non è costruito su un canovaccio immutato di film in film con lo scopo di allentare la tensione (...) ma sono il risultato, armonico e coerente, della combinazione di più razze. (...) Sono animali che potrebbero esistere se solo un dettaglio della loro evoluzione fosse stato modificato (...). Il fatto essenziale è che la somma di caratteristiche fisiche o psicologiche familiari sia qualcosa di inaspettato».
Il capitolo conclusivo si propone di "smontare il meccanismo" narrativo dei lungometraggi animati di Miyazaki Hayao, di andare dietro lo schermo, al di là dell'immagine. Come giustamente scrive l'autrice: «Se il cinema di Miyazaki deve essere ricondotto a un principio, non può essere che quello del bambino che chiede perché». E la risposta che emerge da opere quali Nausicaä, Porco Rosso, La principessa Mononoke e La città incantata tocca le corde del rispetto, del riconoscimento reciproco tra le culture e dell'arricchimento derivante dalla simbiosi tra differenti, nella consapevolezza che solo dal confronto possano emergere quei principi di ecologia della mente in grado di rigenerare l'Uomo.
Chiudono il volume dettagliate schede filmografiche su Lupin III: il castello di Cagliostro, Nausicaä della Valle del Vento, Laputa, Totoro, Kiki's delivery service, Porco Rosso, Principessa Mononoke e La città incantata; la filmografia completa; la bibliografia e l'indice delle opere e dei personaggi di Miyazaki.


«www.animazione.net»

L'incanto del mondo. Il cinema di Miyazaki Hayao

di Heimdall di Bifrost

Anna Antonini, come rivelano le sue note biografiche in calce al volume, è una giovane ricercatrice universitaria; si è laureata a Padova in Storia e critica del cinema ed ora insegna Documentazione cinematografica presso il DAMS di Gorizia.
Sulla scia aperta dal libro di Bencivenni, Antonini ci propone un articolato saggio sul cinema di Miyazaki, regista ormai “sdoganato” anche presso il grande pubblico occidentale.
Il volume è edito in un'edizione spartana, a tutto vantaggio dei contenuti e del prezzo accessibile. Il saggio ha dimensioni ridotte, che ne facilitano la fruibilità: 116 pagine dedicate all’argomento principale, cioè la discussione sul cinema del Maestro: 20 pagine contengono le schede filmografiche, utili soprattutto per i neofiti che per la prima volta si accostano alla complessa cinematografia di questo grande autore; completano il tutto una sintetica filmografia di Miyazaki, ed una nutrita bibliografia di testi, siti internet ed articoli di riviste da consultare per avere un quadro il più completo possibile dell’argomento trattato.
L’autrice mette da subito a disposizione del lettore il proprio originale punto di vista, dettato dalla sua particolare formazione: “Il cinema d’animazione soffre di uno status negativo che lo relega a genere quando in realtà si tratta, più propriamente, di una tecnica cinematografica, alternativa alla ripresa dal vivo.” (pag. 9), e si predispone a narrare la vicenda di Miyazaki smontando con cura il meccanismo delle sue opere per porne in evidenza i componenti ad uno ad uno.
Il percorso inizia con alcuni cenni biografici di Miyazaki: impensabile analizzarne l’opera prescindendo dal suo vissuto personale. Così, il primo capitolo tratta L’esperienza personale nella definizione dello stile attraverso le parole dello stesso Miya: Antonini compie un’opera assai utile collezionando e dando un ordine a tutta una serie di interviste, conferenze, articoli e notizie apparsi in ordine sparso sulla stampa specializzata.
Tra i tanti, mi piace ricordare questo episodio la cui importanza è giustamente sottolineata dall’autrice.
Durante il bombardamento della città di Utsanomiya, nel luglio 1945, la famiglia Miyazaki si appresta a fuggire dal centro abitato a bordo di un furgone.
“Nell'istante in cui il camion si muove accade qualcosa che segna in modo indelebile l'esistenza del regista: una vicina di casa con in braccio una bambina chiede un passaggio. La donna ripete più volte la richiesta, ma il camion si allontana, e la sua voce si fa sempre più fievole. [...] Miyazaki sperimenta nel pericolo il senso di quella matassa di contraddizioni umane che annoda il vivere civile, la morale e l'attenzione per il prossimo con l'istinto di sopravvivenza e l'incontrollabile fortuna; [...] soprattutto si domanda perché né lui né il fratello siano stati capaci di chiedere ai genitori di fermarsi.” Insomma, “una donna ha chiesto aiuto e nessuno l’ha ascoltata”(pag. 33).
I tre capitoli centrali sono a mio avviso il parto più interessante dell’autrice. Discostandosi infatti dalla consolidata prassi di affrontare le opere in ordine cronologico, Antonini tenta un’analisi per tematiche. L’originale suddivisione in capitoli riguarda, nell’ordine: personaggi femminili, maschili e creature fantastiche.
I personaggi femminili sono descritti con una particolare sensibilità. in quanto, forse per Miyazaki è “piuttosto immediato pensare a individui di sesso femminile quando vuole descrivere esseri umani con una particolare sensibilità per il naturale e per il soprannaturale” (pag. 61).
Complesso e interessante è il racconto del retroterra del regista e la spiegazione delle pratiche sciamaniche e religiose che vedono coinvolta e valorizzata la figura femminile nella cultura shinotista giapponese.
Dopo una carrellata sulle “figure maschili” e sulle “creature di altri mondi”, Antonini chiude il saggio con il capitolo “Smontare il meccanismo”, concretizzando l’obiettivo posto sin dall’inizio.
L’autrice pone l’accento sull’universalità del cinema di Miyazaki, che “permette ad ognuno di riconoscervi la propria dottrina scientifica, religiosa o filosofica a patto che abbia come fondamento il confronto e il rispetto degli altri […].” (pag. 113)
Quello di Miyazaki non è un cinema a tesi, né il veicolo di un messaggio politico. È però il portato di un complesso mondo culturale, anzi interculturale, “nel senso che prende dalla sua e dalle altre culture ciò che gli permette di esprimere meglio la storia che vuole raccontare” (pag. 124).
Per concludere, il saggio di Antonini è sicuramente più impegnativo del libro di Bencivenni per i suoi riferimenti costanti alle tecniche ed ai linguaggi del cinema, e per gli articolati ragionamenti di stampo antropologico culturale; queste caratteristiche ne costituiscono comunque il grande pregio: anche gli appassionati più incalliti del maestro giapponese saranno costretti a mettere in discussione i loro convincimenti e le conclusioni cui sono già arrivati. Il discorso è comunque condotto in maniera che chiunque sia interessato all’opera del Maestro possa ritrovarcisi ed ottenere i riferimenti e le informazioni che cerca.

 

«duellanti», gennaio 2004

Anna Antonini, L’incanto del mondo. Il cinema di Miyazaki Hayao


di Ezio Alberione

Anna Antonini – lo sanno bene i lettori di duel prima e ora di duellanti – ama profondamente il cinema d’animazione e lo affronta con competenza storica, lucidità critica e grande passione cinefila. Nei suoi interventi sul tema si avverte sempre il tentativo di svincolare l’animazione dal diffuso pregiudizio che si tratti di un genere (rivolto di preferenza ai bambini) per rivendicarne piuttosto la natura di tecnica e quindi per affermare che si tratta di cinema a tutti gli effetti.
Non a caso anche ora che affronta in uno studio sistematico e approfondito l’universo tematico ed espressivo di Miyazaki Hayao parte dalle rivendicazioni di Alexander Alexeieff e del suo Elogio del film d’animazione. L’autore giapponese di film di culto come Lupin III: il castello di Cagliostro, Porco Rosso, Principessa Mononoke e La città incantata è certamente oggi il più autorevole testimone del valore e delle potenzialità del cinema d’animazione. E infatti, in maniera sorprendente (ma solo rispetto allo standard che considera come film degni di nota e di premi solo quelli con attori in carne e ossa) il suo ultimo lungometraggio ha vinto il festival di Berlino 2002. Anna Antonini ripercorre la biografia e le opere di Miyazaki, senza trascurare il contesto produttivo e culturale, le ascendenze e i prestiti che sono confluiti in un universo poetico unico e inconfondibile. Ma ci fa intravedere anche l’immagine di mondo che questo cinema esprime attraverso un’attenzione particolare nel tratteggiare gli universi maschili e femminili, nell’invocare un’ecologia naturale e spirituale, nell’esprimere una visione antidogmatica. Non poco per un autore convinto di non voler lanciare messaggi ma solo desideroso di «mandare a casa la gente contenta».

 


 
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